La mia pratica nasce da una necessità di sottrazione. In un contesto visivo saturo, il lavoro si orienta verso una riduzione controllata degli elementi, intesa non come impoverimento, ma come atto di concentrazione. La pittura non è per me un luogo di rappresentazione, ma uno spazio di relazione tra materia, tempo e assenza.
Il supporto è parte integrante del processo. Il pannello di MDF, forato al centro prima dell’intervento pittorico, introduce una perdita reale e irreversibile che mette in crisi l’idea tradizionale di superficie come piano chiuso. Il vuoto non è simbolo né metafora, ma un elemento strutturante che agisce fisicamente nello spazio e orienta il gesto pittorico.
Il lavoro si sviluppa attraverso processi lenti di stratificazione, sedimentazione e controllo dell’accadimento. La materia non è espressiva in senso gestuale, ma trattenuta, misurata, organizzata in relazione a un centro sottratto. Ogni opera è il risultato di un equilibrio instabile tra intenzione e processo, tra controllo e trasformazione.
La forma circolare annulla gerarchie e direzioni privilegiate, invitando lo sguardo a una fruizione non narrativa e contemplativa. In questa sospensione, la pittura diventa un luogo di soglia: tra presenza e assenza, tra oggetto e superficie, tra visibile e attraversabile. La ricerca non aspira alla definizione di un linguaggio concluso, ma a un continuo affinamento, in cui ogni lavoro è una variazione necessaria all’interno di un campo rigorosamente delimitato.
In un presente rumoroso, un linguaggio che insiste sul silenzio, sulla misura e sulla sottrazione non è neutro, è una forma di resistenza.